Artemisia Gentileschi e il processo di stupro

Nel Febbraio 1612, a Roma, iniziò il lunghissimo processo di accusa di stupro di Agostino Tassi, indetta da Orazio Gentileschi, nei confronti di Artemisia Gentileschi. I due si conobbero grazie al padre dell’artista, che affidò la figlia al pittore, esperto in paesaggi e prospettiva.

Una notte, Tassi s’insinuò nella camera di Artemisia e la violentò. I due amanti intrapresero una relazione dopo che Agostino promise all’altra di sposarla, ma l’uomo era già sposato altrove e quando Orazio lo scoprì, denunciò Tassi alla corte pontificia.

È proprio qui che inizia il processo, subito manipolato da Agostino Tassi attraverso la corruzione dei testimoni. Un sacerdote però, decise di dichiarare pubblicamente ciò che Tassi aveva confidato durante la confessione: l’avvenuta violenza su Artemisia e la manipolazione del processo. Ad Agostino dunque, venne richiesto l’immediato esilio da Roma, esilio che non avverrà mai. 

Il processo fu dolorosissimo per Artemisia: venne sottoposta di forza a una visita ginecologica, per testimoniare l’avvenuta violenza e provare che fosse o meno ancora vergine. La visita confermò la deflorazione, e l’artista venne sottoposta alla tortura delle sibille per farla confessare, una pratica dolorosa che consisteva nell’avvolgere le falangi alla base delle dita con cordicelle che venivano strette con il rondello fino a stritolarle. Un’azione compromettente per la sua carriera d’artista. 

Alla fine del processo, avvenuta il 27 Novembre 1612, Orazio Gentileschi combinò il matrimonio con Pierantonio Stiattesi, che provvederà a pagare tutte le spese e i debiti che Artemisia accumulerà negli anni.

Articolo di @artelenare


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